LETTERA DI UN PAZIENTE DEL SANTA RITA

2061233487.jpgDESCRIZIONE DEI FATTI DEL SANTA RITA

Sono arrivato al Pronto Soccorso di mattina, accusando un forte mal di pancia, localizzato al di sotto dell’ombelico, un dolore forte e sordo, non acuto, ma a parte quello, ero normale, camminavo  sulle mie gambe. Facendo pressione sull’addome non cambiava nulla.

Ricordo che ero appena tornato dal mare, avevo guidato per circa 4 ore e quindi pensavo ad una infezione intestinale.

Il Pronto soccorso mi ha acettato con codice verde e parcheggiato su di  un lettino. Dalla mattina alla sera, il giorno intero è passato e sono stato sottoposto a tutta una serie di esami, ogni ora veniva una persona diversa con una notizia diversa. Hanno eseguito esami radiologici e del sangue, è venuto il cardiologo, poi mi hanno portato a fare una TAC, un ecografia ed infine hanno ripetuto tutti gli esami da capo. Mi hanno detto che era pancreatite e mi hanno chiesto se bevevo. Io sono astemio. Un particolare era che continuavano a chiedermi il mio codice sanitario che io avevo a casa. Me lo sono fatto poi portare da un amico verso sera. Nel frattempo nessuna diagnosi, ero come dimenticato su quel lettino, ho avuto l’impressione che stessero facendo apposta a far passare il tempo. Non mi sono stati somministrati antibiotici. Verso le nove di sera sono stato condotto in sala operatoria e ho subito una laparatomia. Al risveglio stato mille volte peggio di quando sono entrato al Santa Rita . Il medico chirurgo ha parlato “di complicazioni” ma non è stato mai chiaro su qauli complicazioni fossero.

La convalescenza è durata tre mesi in cui dovevo andare ogni settimana in ambulatorio per curare il decorso post operatorio (la ferita è stata lasciata aperta, con una cicatrice di oltre trenta centimetri, spessa  cinque,  e si è creato un cordone da sopra e intorno all’ombelico e fino al pube).

Le mie domande di chiarimenti sono sempre state ignorate ed evase con una superficilità incredibile.

 Il massimo che ho ottenuto è “si faccia rioperare dal chirurgo che l’ha operata. Figuriamoci se a questo punto mi fossi lasciato rimettere le mani addosso da questi criminali.

I fatti risalgono a Settembre del 2006 ma ci ho messo due anni per avere la mia cartella clinica completa. Prima di questo la cartella che mi consegnavano era incompleta e auto referenziale  del tipo” abbiamo eseguito questo esame e abbiamo riscontrato…” ma senza produrre l’esame in originale. Solo ad Agosto 2008 ho ottenuto la Tac dove parla di ascesso intestinale (non diagnosticato quindi, visto che non mi hanno somministrato antibiotici da subito come era necessario). In questi due anni ho scritto a giudici, avvocati e ministri della giustizia senza risultato, fino alla denuncia alla Guardia di Finanza, nell’Agosto 2008. Non sono stato in grado di sostenere spese legali in quanto disoccupato a seguito dell’intervento, ma non solo, ho speso già cifre per me notevoli in cartelle cliniche, denunce, viaggi, copie, etc..L’intervento al Santa Rita mi ha praticamente distrutto la vita. Premetto che nei 56 anni precedenti  ho sempre goduto di buona od ottima salute, e condotto una vita lavorativa famigliare e sportiva molto attiva.

Ora ho 58 anni ho perso il lavoro e conseguentemente gli affetti famigliari.

I danni permanenti sono un vistoso laparocele, difficoltà intestinali, coliti diarree, difficoltà respiratorie ed impotenza. Il fiato è stato dimezzato non posso percorrere camminando più di cento metri e mi devo fermare. Prima nuotavo e facevo sport. Di fatto ora non posso compiere sforzi di nessun tipo. Il danno morale psicologico e sociale deriva direttamente da questi  danni fisici.

La medicina da sempre ed in tutto il mondo si basa sull’editto di Ippocrate “Primum non nocere”, ma nel caso del Santa Rita  è stato un calvario, tutto il contrario: “primum guadagnare, con la convenzione regionale, sulla pelle dei pazienti”.

LETTERA DI UN PAZIENTE DEL SANTA RITAultima modifica: 2008-10-20T15:14:00+00:00da pabloandres
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento